Indifferenti
di Antonio
Gramsci
Antonio Gramsci,
Indifferenti
La città futura, numero unico, 11 febbraio 1917
Odio gli indifferenti. Credo come Federico Hebbel che
"vivere vuol dire essere partigiani" (1). Non possono esistere i
solamente uomini, gli estranei alla città. Chi vive veramente non può non
essere cittadino, e parteggiare. Indifferenza è abulia, è parassitismo, è
vigliaccheria, non è vita. Perciò odio gli indifferenti.
L'indifferenza è il peso morto della storia. E' la palla di
piombo per il novatore, è la materia inerte in cui affogano spesso gli
entusiasmi più splendenti, è la palude che recinge la vecchia città e la
difende meglio delle mura più salde, meglio dei petti dei suoi guerrieri,
perché inghiottisce nei suoi gorghi limosi gli assalitori, e li decima e li
scora e qualche volta li fa desistere dall'impresa eroica.
L'indifferenza opera potentemente nella storia. Opera
passivamente, ma opera. E' la fatalità; e ciò su cui non si può contare; è ciò
che sconvolge i programmi, che rovescia i piani meglio costruiti; è la materia
bruta che si ribella all'intelligenza e la strozza. Ciò che succede, il male
che si abbatte su tutti, il possibile bene che un atto eroico (di valore
universale) può generare, non è tanto dovuto all'iniziativa dei pochi che
operano, quanto all'indifferenza, all'assenteismo dei molti. Ciò che avviene,
non avviene tanto perché alcuni vogliono che avvenga, quanto perché la massa
degli uomini abdica alla sua volontà, lascia fare, lascia aggruppare i nodi che
poi solo la spada potrà tagliare, lascia promulgare le leggi che poi solo la
rivolta farà abrogare, lascia salire al potere gli uomini che poi solo un
ammutinamento potrà rovesciare. La fatalità che sembra dominare la storia non è
altro appunto che apparenza illusoria di questa indifferenza, di questo
assenteismo. Dei fatti maturano nell'ombra, poche mani, non sorvegliate da
nessun controllo, tessono la tela della vita collettiva, e la massa ignora,
perché non se ne preoccupa. I destini di un'epoca sono manipolati a seconda
delle visioni ristrette, degli scopi immediati, delle ambizioni e passioni
personali di piccoli gruppi attivi, e la massa degli uomini ignora, perché non
se ne preoccupa. Ma i fatti che hanno maturato vengono a sfociare; ma la tela
tessuta nell'ombra arriva a compimento: e allora sembra sia la fatalità a
travolgere tutto e tutti, sembra che la storia non sia che un enorme fenomeno
naturale, un'eruzione, un terremoto, del quale rimangono vittima tutti, chi ha
voluto e chi non ha voluto, chi sapeva e chi non sapeva, chi era stato attivo e
chi indifferente. E questo ultimo si irrita, vorrebbe sottrarsi alle
conseguenze, vorrebbe apparisse chiaro che egli non ha voluto, che egli non è
responsabile. Alcuni piagnucolano pietosamente, altri bestemmiano oscenamente,
ma nessuno o pochi si domandano: se avessi anch'io fatto il mio dovere, se
avessi cercato di far valere la mia volontà, il mio consiglio, sarebbe successo
ciò che è successo? Ma nessuno o pochi si fanno una colpa della loro
indifferenza, del loro scetticismo, del non aver dato il loro braccio e la loro
attività a quei gruppi di cittadini che, appunto per evitare quel tal male,
combattevano, di procurare quel tal bene si proponevano.
I più di costoro, invece, ad avvenimenti compiuti,
preferiscono parlare di fallimenti ideali, di programmi definitivamente
crollati e di altre simili piacevolezze. Ricominciano così la loro assenza da
ogni responsabilità. E non già che non vedano chiaro nelle cose, e che qualche
volta non siano capaci di prospettare bellissime soluzioni dei problemi più
urgenti, o di quelli che, pur richiedendo ampia preparazione e tempo, sono
tuttavia altrettanto urgenti. Ma queste soluzioni rimangono bellissimamente
infeconde, ma questo contributo alla vita collettiva non è animato da alcuna
luce morale; è prodotto di curiosità intellettuale, non di pungente senso di
una responsabilità storica che vuole tutti attivi nella vita, che non ammette
agnosticismi e indifferenze di nessun genere.
Odio gli indifferenti anche per ciò che mi dà noia il loro
piagnisteo di eterni innocenti. Domando conto ad ognuno di essi del come ha
svolto il compito che la vita gli ha posto e gli pone quotidianamente, di ciò
che ha fatto e specialmente di ciò che non ha fatto. E sento di poter essere
inesorabile, di non dover sprecare la mia pietà, di non dover spartire con loro
le mie lacrime. Sono partigiano, vivo, sento nelle coscienze virili della mia
parte già pulsare l'attività della città futura che la mia parte sta
costruendo. E in essa la catena sociale non pesa su pochi, in essa ogni cosa
che succede non è dovuta al caso, alla fatalità, ma è intelligente opera dei
cittadini. Non c'èin essa nessuno che stia alla finestra a guardare mentre i
pochi si sacrificano, si svenano nel sacrifizio; e colui che sta alla finestra,
in agguato, voglia usufruire del poco bene che l'attività di pochi procura e
sfoghi la sua delusione vituperando il sacrificato, lo svenato perché non è
riuscito nel suo intento.
Vivo, sono partigiano. Perciò odio chi non parteggia, odio
gli indifferenti.
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Nota
(1) Cfr. Friedrich
Hebbel, Diario, trad. e introduzione di Scipio Slataper, Carabba, Lanciano 19I2
("Cultura dell'anima"), p. 82: "Vivere significa esser
partigiani" (riflessione n. 2127). Questo stesso pensiero di Hebbel era
stato pubblicato nel numero del "Grido del Popolo" del 27 maggio
1916, insieme con le seguenti due "riflessioni" tratte dalla medesima
opera: " 1. Un prigioniero è un predicatore della libertà. 2. Alla
gioventù si rimprovera spesso di credere che il mondo cominci appena con essa. Ma
la vecchiaia crede anche più spesso che il mondo cessi con lei. Cos'è
peggio?"